Privacy e Smartphone

In un recente articolo pubblicato su technologyreview.com, la rivista del MIT, è stata intervistata Jeanette Horan, chief information officer della IBM, la quale ha spiegato che la recente policy aziendale di consentire ai propri dipendenti di utilizzare lo smartphone che preferiscono (piuttosto che riceverlo in dotazione dall’azienda) ha creato molti problemi di sicurezza e di privacy.

Vi sono innanzitutto i servizi di cloud storing come dropbox o icloud che possono consentire ad un dipendente di mettere a rischio contenuti aziendali sensibili e importanti con un semplice click.

Vi sono, poi, servizi utili ma assolutamente oscuri in ordine alle modalità con cui sono gestite le enormi quantità di dati sensibili che raccolgono. Un esempio è Siri, il servizio di assistente vocale della apple.

La Horan si domanda dove, chi e per quali finalità  conservi tutte le queries vocali fatte dagli utenti che usano Siri in tutto il mondo. Per esempio Siri può essere utilizzato per dettare sms vocalmente ma non tutti sanno che i contenuti vocali sono inviati ad un server remoto che li interpreta e restituisce un risultato. Che fine fa tutta questa enorme mole di informazioni inviata ai server remoti? Ne viene conservata traccia? Per essere utilizzata in che modo?

Di esempi se ne potrebbero fare molti forse il più clamoroso è whatsapp che sta sostituendo i servizi di messagistica delle compagnie telefoniche tradizionali. Anche in questo caso c’è da domandarsi se ci si possa fidare di far gestire ad una società privata una tale mole di informazioni sensibili (ricordando che tamite whatsapp possono essere inviati anche immagini, file audio oltre che la propria posizione gps).

Questa è una tematica scottante e molto sottovalutata che, se ne avrò il tempo, vorrei approfondire.

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